UNA STORIA. UN RICORDO.

Una storia. Un ricordo.

Ho un grosso debito con la fortuna. Non solo io.  Penso che tutti gli studenti della sezione B del Liceo Pansini degli anni 70 e 80 abbiano questo debito. All’epoca la formazione delle classi e l’assegnazione alle sezioni per i neoiscritti avveniva per sorteggio.

E così mi ritrovai nel settembre 1974 nella sezione B. Insegnante di Italiano Professore Alfredo Coppola, insegnante di Storia e Filosofia professoressa Annamaria Napolitano. Questo citarli entrambi è significativo. Nell’immaginario di noi studenti, durante e dopo la nostra frequenza della scuola, erano una coppia. Nella realtà ovviamente non era cosi. Ma nella nostra fantasia si. Era come una coppia di genitori che, ciascuno per la sua parte, si occupava di noi. E parlavano di noi, del nostro futuro, anticipando nella loro immaginazione quello che avremmo fatto da grandi. Come fanno dei buoni genitori. In questa complicità Annamaria forse parlava di meno, meno diretta nell’esprimere la propria fantasia su di noi, ma era come una madre: le madri, si sa, parlano di meno del futuro dei propri figli con i mariti, ma solo perché dentro di loro già sanno come e cosa i figli realizzeranno. Come gli psicoanalisti, si suppone che già sappiano. E Annamaria già sapeva che in quei cinque anni ci sarebbe stato un ottimo raccolto.

Si, perché Annamaria non insegnava, ma seminava il suo sapere così come si semina il grano. Probabilmente è da lei che Camilleri, che la ripeteva spesso, avrà imparato quest’espressione. O così mi piace credere. E tutta la classe B che si iscrisse nel ’74 era parte di un miracolo. In quegli anni non ce ne rendevamo conto, non ne eravamo consapevoli, però lo respiravamo, lo sentivamo in qualche modo. Mi riferisco a quel miracolo che vede in un’unica scena colui che semina, i semi e la terra. Tutte sono le parti del miracolo e Annamaria vi dava inizio col seminarci la sua cultura.

Una buona semina lascia segni anche nel tempo. A distanza di 40 anni esatti il Liceo Pansini tiene ancora memoria di quel modo di seminare sapere, di interessare, di coinvolgere, di far crescere persone e cittadini, anche attraverso quegli stessi insegnanti che frequentarono il Pansini da studenti. Perché si rimane sempre legati alla terra da cui si è preso vita.

Annamaria era geniale. Noi eravamo la terra e quindi dovevamo essere lì, ricettivamente pronti a cogliere ciò che generosamente ci offriva. Capiva, quindi, che non avrebbe potuto tenerci pre-occupati con l’ansia delle interrogazioni cui bisognava tenersi sempre pronti o con un clima appesantito da rigidi formalismi. Per cui entrava in classe e spiegava, parlava e era con noi.  E noi eravamo con lei. Sentivamo la sua presenza. A tratti era un po’ seduttiva, voleva che ci innamorassimo della cultura, che ne fossimo affascinati, a tratti quasi solenne, perentoria come dovrebbe essere un maestro. E inventò il “riepilogo”.  Tre volte a quadrimestre fissava il cosiddetto giorno di riepilogo, in cui le ore di lezione erano destinate al riepilogo di ciò che si era studiato e appreso. Lei non chiamava per interrogare nessuno, ma ciascuno di noi trovava lo spazio per dire quello che aveva imparato inserendosi al momento giusto nel discorso che la classe globalmente portava avanti ripetendo le lezioni precedenti. Tutti parlavano. A volte, per piccoli momenti, c’era qualche accenno a battibecchi tra di noi perché uno aveva levato la parola all’altro o si era inserito a dire ciò che avrebbe voluto dire un altro. Ma faceva parte del gioco. Ed era geniale. Perché in questo modo Annamaria metteva in scena la storia. La storia come la storia della filosofia. Si, perché creavamo un discorso, il nostro discorso. Ricostruivamo la storia e la filosofia attraverso la ricostruzione del prima, del poi e del perché. Riproponendo così il senso della storia. Che nel nostro piccolo era un po’ la nostra storia. O l’illusione della nostra storia. Ma ci piaceva. Ci faceva sentire protagonisti, anche un po’ importanti. Certamente non lo eravamo per la storia, ma per loro si e ci rendeva contenti.  Avevamo tutti un nome. Alfredo Coppola e Annamaria ci chiamavano per nome, come fanno i genitori, ma erano soprattutto attenti a portare avanti e a far crescere tutta la famiglia, come fanno i buoni genitori. In questo modo era la classe a andare avanti. Certo, c’era chi era per così dire più brillante, chi più bravo, chi più simpatico e anche chi meno studioso, ma non c’erano mai rivalità o invidie. Tutti eravamo parte di questo miracolo. Tutt’al più il problema potevano averlo le altre classi della sezione B. In qualche modo, infatti, Annamaria ci faceva sentire speciali, unici, quasi solleticando la fantasia di essere i figli preferiti, i più bravi tra tutti i fratelli, quelli cui il genitore voleva più bene. Ma ciò non ci faceva essere superbi. Utilizzavamo questa fantasia per sentirci parte di loro e tutti insieme di questo miracolo. Ed eravamo anche legati e amici degli altri fratelli. Diciamo che forse eravamo i primogeniti e non avremmo mai scambiato questo privilegio con nessuna lenticchia, ma non saremmo mai entrati in lotta o in competizione con gli altri fratelli, i nostri colleghi delle altre classi della sezione B che si andavano formando man mano che il nostro cammino procedeva, il terreno diventava più fertile e il miracolo si rinnovava anno per anno. Tutt’al più a momenti si aveva l’impressione che fosse Annamaria ad essere un po’ gelosa di Alfredo, perché sembrava che volessimo più bene a lui, ma eravamo adolescenti e, si sa, gli adolescenti hanno bisogno di guardare al padre per affrontare l’imminente separazione. Che ci fu nel 1979. Dolorosa. Atroce. Non era solo la separazione da tutto, dall’adolescenza, dalla scuola, da un’epoca della storia e della nostra storia. Era la separazione dai genitori, e le separazioni dalle madri sono anche più dolorose.

Non come quella di oggi, però. Annamaria il 18 aprile si è spenta. C’è dolore, ma non tristezza. Questa perdita mi ha riportato al senso di tutta questa storia. Una sorte di chiamata al “riepilogo”. E tutte le parti che con il suo insegnamento Annamaria ha stimolato, fatto nascere e crescere, nutrire, ora hanno la parola. Come ciascuno di noi alunni in occasione del riepilogo, queste parti dicono la loro, i loro ricordi e danno il senso che racchiude la vita e la storia di ognuno di noi.

Io sono anche quello che ha seminato Annamaria. Anche chi semina, alla fine, è destinato alla terra. In verità Annamaria ha chiesto di ritornare al mare. Penso perché contiene l’idea dell’infinito. Ed è giusto per un filosofo. Che ora è un oggetto interno della mia mente. Uno dei più belli. E di questo le sono grato.

 

Maurizio Russo

Sezione B 1974-79.